ARCO TRIONFALE DI PAPA PELAGIO II
Il grande mosaico dell’arco trionfale, su fondo d’oro, recentemente restaurato rappresenta il Redentore assiso sulla sfera terrestre in segno di dominio, con la destra alzata in atto di insegnare. Il suo volto, rigidamente ascetico, ci ricorda quasi il tipo solito dei monaci orientali. Ai lati del Redentore troviamo le due figure di Pietro e Paolo, principi degli apostoli, fondatori della Chiesa, richiesti in una rappresentazione che glorifica il più grande martire romano.
Alla sinistra del Redentore, di fianco a Paolo, vediamo il diacono di Gerusalemme, Stefano. Segue l’immagine di Ippolito prete e martire. Egli è vestito di tunica con pallio e sandali, indumenti che l’arte classica cristiana di solito fa indossare ai presbiteri, e tale fu ritenuto non solo da Damaso, ma anche da Pelagio, il quale ordinò venisse raffigurato con la tonsura.Passando al lato destro del Redentore, dopo S.Pietro, si vede il levita Lorenzo con la croce astata ed un libro aperto fra le mani, su cui sta scritto: dispersit dedit pauperibus. A lui è dedicato, sul ciglio dell’arco, un bellissimo distico, che dice: Martyrium flammis olim levita subisti Jure tuis templis lux beneranda dedit (veneranda redit) “Subisti, o levita, il martirio del fuoco, a ragione al tuo tempio ritorna la luce”.
Al suo fianco è effigiato Pelagio II, che porta sulle mani il modello della chiesa, da lui ricostruita, e la offre a Cristo con l’intercessione di Lorenzo. L’intero gruppo viene chiuso, da ambo i lati, colla tradizionale rappresentazione delle mistiche città di Gerusalemme e di Betlemme, simboleggianti la Ecclesia ex gentibus e la Ecclesia ex circumcisione. Le due città simboliche sono sormontate da due finestre a transenna, dalle quali, attraverso lastre cristalline di selenite spatica, penetrava nella basilica una luce con luminosi effetti di iridescenza.
Il mosaico è un lavoro che lascia scorgere la rigidezza e la povertà di forme del periodo bizantino in Roma; traspare infatti nell’opera la tradizione dell’arte romana, come per esempio, nelle movenze dei personaggi e nelle pieghe delle loro toghe; esso è pregevole per il carattere, che vi è contrassegnato, della transizione. Il De Rossi infatti dice: “Sarebbe questo adunque un monumento ed un esemplare della transizione dai tipi dell’arte cristiana classica a quelli della bizantina.
Esprime il cammino dell’arte verso un progresso, un movimento di linee che tendono a un dinamismo, anzi un perfezionamento che non era quello bizantino, e siccome non v’era più da aspettarsi un ritorno al passato, così bisognava che si seguissero nuove vie, e che nuove forze venissero messe in attività. Sono insomma i primi passi dell’arte figurativa in Roma, segno evidente di un progresso nell’arte musiva.
L’iscrizione dell’arco trionfale, benché in origine si trovasse nella
conca dell’abside, tuttavia, sappiamo che prima dei restauri di Pio IX era divisa in tre colonne. Il Grutero dice che al suo tempo (1600) vi si leggevano altri versi aggiunti, in cui si nominava S. Leone Magno, che con l’aiuto di Galla Placida aveva riparato la basilica. Ma questi versi si riferivano sicuramente alla basilica di S. Paolo, e il De Rossi afferma che essi furono qui “prave coniuncti”.
Il carme si compone di sei distici intorno ai lavori di sterro fatti da Pelagio, per i quali scomparve una parte della collina minacciante di conti- mio la solidità del tempio. Nell’ultimo distico si fa allusione all’invasione longobarda e s’invoca dal Santo la pace Fac sub pace coli tecta dicata tibi.
Alla sinistra del Redentore, di fianco a Paolo, vediamo il diacono di Gerusalemme, Stefano. Segue l’immagine di Ippolito prete e martire. Egli è vestito di tunica con pallio e sandali, indumenti che l’arte classica cristiana di solito fa indossare ai presbiteri, e tale fu ritenuto non solo da Damaso, ma anche da Pelagio, il quale ordinò venisse raffigurato con la tonsura.Passando al lato destro del Redentore, dopo S.Pietro, si vede il levita Lorenzo con la croce astata ed un libro aperto fra le mani, su cui sta scritto: dispersit dedit pauperibus. A lui è dedicato, sul ciglio dell’arco, un bellissimo distico, che dice: Martyrium flammis olim levita subisti Jure tuis templis lux beneranda dedit (veneranda redit) “Subisti, o levita, il martirio del fuoco, a ragione al tuo tempio ritorna la luce”.
Al suo fianco è effigiato Pelagio II, che porta sulle mani il modello della chiesa, da lui ricostruita, e la offre a Cristo con l’intercessione di Lorenzo. L’intero gruppo viene chiuso, da ambo i lati, colla tradizionale rappresentazione delle mistiche città di Gerusalemme e di Betlemme, simboleggianti la Ecclesia ex gentibus e la Ecclesia ex circumcisione. Le due città simboliche sono sormontate da due finestre a transenna, dalle quali, attraverso lastre cristalline di selenite spatica, penetrava nella basilica una luce con luminosi effetti di iridescenza.
Il mosaico è un lavoro che lascia scorgere la rigidezza e la povertà di forme del periodo bizantino in Roma; traspare infatti nell’opera la tradizione dell’arte romana, come per esempio, nelle movenze dei personaggi e nelle pieghe delle loro toghe; esso è pregevole per il carattere, che vi è contrassegnato, della transizione. Il De Rossi infatti dice: “Sarebbe questo adunque un monumento ed un esemplare della transizione dai tipi dell’arte cristiana classica a quelli della bizantina.
Esprime il cammino dell’arte verso un progresso, un movimento di linee che tendono a un dinamismo, anzi un perfezionamento che non era quello bizantino, e siccome non v’era più da aspettarsi un ritorno al passato, così bisognava che si seguissero nuove vie, e che nuove forze venissero messe in attività. Sono insomma i primi passi dell’arte figurativa in Roma, segno evidente di un progresso nell’arte musiva.
L’iscrizione dell’arco trionfale, benché in origine si trovasse nella
conca dell’abside, tuttavia, sappiamo che prima dei restauri di Pio IX era divisa in tre colonne. Il Grutero dice che al suo tempo (1600) vi si leggevano altri versi aggiunti, in cui si nominava S. Leone Magno, che con l’aiuto di Galla Placida aveva riparato la basilica. Ma questi versi si riferivano sicuramente alla basilica di S. Paolo, e il De Rossi afferma che essi furono qui “prave coniuncti”.
Il carme si compone di sei distici intorno ai lavori di sterro fatti da Pelagio, per i quali scomparve una parte della collina minacciante di conti- mio la solidità del tempio. Nell’ultimo distico si fa allusione all’invasione longobarda e s’invoca dal Santo la pace Fac sub pace coli tecta dicata tibi.
DEMOVIT DOMINUS TENEBRAS UT LUCE CREATA
HIS QUONDAM LATEBRIS SIC MODO FULGOR INES
ANGUSTOS ADITUS VENERABILE CORPUS HABEBAT
HUC UBI NUNC POPULUM LONGIOR AULA CAPIT
ERUTA PLANITIES PATUIT SUB MONTE RECISA
ESTQUE REMOTA GRAVI MOLE RUINA MINAX.
PRAESULE PELAGIO MARTYR LAURENTIUS OLIM
TEMPLA SIBI STATUIT TAM PRETIOSA DARI
MIRA FIDES GLADIOS UOSTILES INTER ET IRAS
PONTIFICEM MERITIS HAEC CELEBRASSE SUIS.
TU MODO SANCTORUM CUI CRESCERE CONSTAT HONORES
FAC SUB PACE COLI TECTA DICATA TIBI
MARTYRIUM FLAMMIS OLIM LEVITA SUBISTI
IURE TUIS TEMPLIS LUX BENERANDA DEDIT.
HIS QUONDAM LATEBRIS SIC MODO FULGOR INES
ANGUSTOS ADITUS VENERABILE CORPUS HABEBAT
HUC UBI NUNC POPULUM LONGIOR AULA CAPIT
ERUTA PLANITIES PATUIT SUB MONTE RECISA
ESTQUE REMOTA GRAVI MOLE RUINA MINAX.
PRAESULE PELAGIO MARTYR LAURENTIUS OLIM
TEMPLA SIBI STATUIT TAM PRETIOSA DARI
MIRA FIDES GLADIOS UOSTILES INTER ET IRAS
PONTIFICEM MERITIS HAEC CELEBRASSE SUIS.
TU MODO SANCTORUM CUI CRESCERE CONSTAT HONORES
FAC SUB PACE COLI TECTA DICATA TIBI
MARTYRIUM FLAMMIS OLIM LEVITA SUBISTI
IURE TUIS TEMPLIS LUX BENERANDA DEDIT.
(Pelagio tolse le tenebre creando nuova luce di modo che a questo luogo una volta pieno di tenebre ora rifulge di splendore.
Qui il venerabile corpo aveva un accesso angusto ora uno spazio molto più grande accoglie una moltitudine di gente.
Il piano fu scavato sotto il monte fu rimossa la grande mole che minacciava rovina.
Per opera di Pelagio il martire Lorenzo ebbe così un tempio prezioso. Una fede meravigliosa rese celebre questo pontefice che, fra le spade ostili e i tumulti della guerra, elevò questa basilica.
Tu ora cui vediamo accrescere gli onori dei santi, fa che la casa a te dedicata, venga serenata in pace. Subisti, o levita, il martirio del fuoco, a ragione al tuo tempio ritorna la luce veneranda).
Arco trionfale. Carme di Pelagio II, 578-590).
Qui il venerabile corpo aveva un accesso angusto ora uno spazio molto più grande accoglie una moltitudine di gente.
Il piano fu scavato sotto il monte fu rimossa la grande mole che minacciava rovina.
Per opera di Pelagio il martire Lorenzo ebbe così un tempio prezioso. Una fede meravigliosa rese celebre questo pontefice che, fra le spade ostili e i tumulti della guerra, elevò questa basilica.
Tu ora cui vediamo accrescere gli onori dei santi, fa che la casa a te dedicata, venga serenata in pace. Subisti, o levita, il martirio del fuoco, a ragione al tuo tempio ritorna la luce veneranda).
Arco trionfale. Carme di Pelagio II, 578-590).
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Ultimo aggiornamento (Giovedì 01 Ottobre 2009 16:44)
