IL PRESBITERIO O BASILICA PELAGIANA
Oltrepassati gli amboni, due gradini convessi introducono al presbiterio che altro non è che la basilica di papa Pelagio II: la forma dei gradini allude con chiara evidenza al luogo dove essa si conchiudeva nella concavità absidale, della quale del resto si scorgono ai lati, in una sorta di trincea, gli attacchi della costruzione, ritrovati negli scavi e così sistemati negli ultimi restauri. Il fatto che in alto segua subito l'arco trionfale cui si attaccava l'abside indica che la basilica non aveva il transetto, ma che era semplicemente a navate, con abside. Sull'arco è rimasto, superstite, un affresco del Fracassini: Maria in gloria siede tra S. Lorenzo e Giustino prete a sinistra, S. Stefano e Ciriaca martire a destra; i profeti Isaia e Daniele stanno nei sottostanti pennacchi. L'opera, invero di grande freddezza accademica, vuol essere - nella composizione bilanciata e rigorosamente simmetrica una ripresa di motivi paleocristiani e far quasi da pendant alla teofania del mosaico ancora esistente sull' altra faccia dell' arco che ha così la funzione di congiungere tra loro le due chiese.
Alla basilica pelagiana accediamo scendendo nel piano delle navate - riscavato nei grandiosi lavori del Vespignani - mediante alcuni gradini che portano in quella centrale che, sdoppiata in altezza dal soprastante pavimento del presbiterio duecentesco, è divenuta la cripta della «confessione» ove è incorporata, dietro un altare, la tomba dei Santi Lorenzo, Stefano e Giustino, monumento però precedente, della une del XII secolo, racchiuso da grate di ferro dorato, forse opera dei fabbri della corporazione di S. Eligio; il tutto sta entro un recinto marmoreo al centro del quale è murata una lastra marmorea su cui sarebbe stato adagiato il corpo ancora ardente del martire. Otto colonne antiche di marmo verde e bianco e nero sostengono, attorno alla tomba, il soffitto della confessione. Altre gradinate immettono nelle navate laterali della chiesa antica scendendovi dal fondo delle navate minori di quella onoriana; le navate laterali, sormontate dai matronei, girano attorno ai tre lati della chiesa costituendo in quello più corto un nartece interno di ingresso, zona adibita, per volontà testamentaria del Papa, a cappella sepolcrale di Pio IX; costruita da Raffaele Cattaneo, essa è sontuosamente arredata con mosaici che imitano, invero fastidiosamente, quelli paleocristiani e ravennati, e con scene relative ai fatti del pontificato di Pio IX tradotte in mosaico da cartoni di Ludovico Seitz, molto attivo a Roma. L'insieme quindi si presenta così: sui tre lati del presbiterio si elevano dal sottostante piano delle navate le splendide colonne classiche che dividevano appunto la basilica pelagiana in tre navate; lungo il perimetro da esse segnato corre, ai lati, un banco marmoreo, avanzato alquanto negli ultimi restauri per dar più respiro ai colonnati, mentre il lato di fondo è chiuso dalla splendida cattedra episcopale cosmatesca.
Sopra il colonnato si slanciano i matronei e sopra ancora si aprono quindici luminose finestre. Sull'arco trionfale splende un mosaico coevo alla costruzione della basilica (VI secolo); tutto è conchiuso dalle travature lignee, o capriate, come nell'altra chiesa. Al fascino esercitato dall'insieme composto e ricco di luce del nitido ambiente rettangolare si aggiunge l'ammirazione provocata dalla splendida suppellettile, tutto materiale di spoglio tratto da edifici imperiali: le colonne di tutti e tre i lati, erette sulle basi poggianti su plinti quadrati, hanno fusto scanalato e bellissimi capitelli corinzi ai quali corrispondono, in libera versione a racemi e fogliame, quelli delle paraste addossate ai pilastri angolari e lungo le pareti delle navatelle; fanno eccezione le due prime colonne per chi salga, poste a fronte, che hanno fusto rudentato e capitello con vittorie alate e trofei d'armi.
Corre al di sopra la trabeazione ottenuta dall'accostamento, invero alquanto negligente ed estroso, di frammenti antichi, fregi e brani di stipiti di porte, veramente splendidi nei freschissimi ornati a volute e fogliame, ravvivati, alcuni, anche da animali; essa è base alle agili colonnine minori dei matronei poste in numero uguale perfettamente in asse alle inferiori. Delle cinque laterali quattro hanno fusto rudentato, una tortile, laddove le due del lato sopra il nartece sono lisce e di splendido marmo nero e, uniche, poggiano su alti plinti cubici segnati della croce dai cui bracci pendono le lettere in greco dell' Apocalisse (α e ω), segno di Cristo redentore, principio e fine. Le basi delle altre sono più o meno sepolte nei moderni pavimenti del matroneo. Le colonne, collegate da balaustre marmoree del tempo di Pio IX, son coronate da bei capitelli corinzi, a fogliame e traforo i due del lato corto, sormontati da pulvini, elementi orientali, a tronco di piramide rigonfia e ribaltata, con funzione di aumentare lo slancio: la loro presenza qui non stupisce stante la. forte influenza ravennate e bizantina a Roma a partire appunto dal VI secolo, epoca di costruzione della basilica di Pelagio (579-90).
Ne nasce l'agile ritmo delle arcate che trova poi eco nella curvilineità delle belle finestre da cui filtra copiosa la luce a esaltare le pure forme dell'architettura e a far risplendere i mille colori del mosaico e degli ornati. I semplici banchi laterali duecenteschi, del momento dei lavori di Innocenzo IV (1254) concorrono a definire ulteriormente la zona del presbiterio; notevolissimi i due leoni alle estremità anteriori, fervida opera assai probabilmente autografa dei Vassalletto che qui sembrano interpretare persino antichissimi prototipi egizi.
Nel ben definito ambiente si inserisce armoniosamente, semplice e nitido, il CIBORIO che sormonta l'altare, sorretto da quattro bellissime colonne di porfido, chiaramente articolato nel duplice ordine di colonnette, il primo quadrato, ottagono il secondo a preludere agli spicchi del tetto e al lanternino che tutto sormonta. L'opera, una delle più belle di questo tipo, restaurata nel 1862, ha conservato nella prima trabeazione l'iscrizione che ricorda gli autori:
Ann. D. MCXLVIII Ego Hugo Humilis Abbas Hoc Opus Fieri Feci. Iohs Petrus Angelus Et Sasso Filii Pauli Marmor Hui Opis Magistri Fuer.
Alla semplicità del ciborio ecco rispondere invece lo sfarzo sontuoso di colore, tipico della più evoluta fase cosmatesca, della bellissima CATTEDRA, opera del 1254, davvero impressionante per monumentalità, inserita com'è tra due enormi plutei a chiudere, in fondo, il coro rialzato: i tre elementi si legano in stretta unità grazie alle quattro colonne tortili di cui due fiancheggiano il sedile e due, identiche, delimitano i plutei all'estremità. Sfarzo, ma ordine insieme e compostezza, tornano nelle belle lastre rettangolari poste in due ordini, di serpentino in alto e di porfido in basso, nelle riquadrature a ornati musivi, nel basamento e nella cornice superiore classicheggianti.
Il colore raggiunge le più ricche gamme e il più intenso sfavillio nel MOSAICO DELL'ARCO TRIONFALE: coevo alla costruzione della basilica, esso si situa cronologicamente alla fine del VI secolo, al tempo appunto di Pelagio II. Accanto a Cristo che siede benedicente sull'azzurro globo del mondo, stanno, su di un verde terreno, a destra S. Pietro, S. Lorenzo e Pelagio che offre il modellino della basilica. Corrispondono, a sinistra, S. Paolo, S. Stefano e S. lppolito che offre la corona del suo martirio. In basso, ai lati, Gerusalemme e Betlemme, dalle mura gemmate; sopra di esse si aprono due piccole finestre chiuse da transenne simili alle altre della chiesa. Le influenze bizantine già notate in alcuni particolari architettonici della chiesa qui si fanno più evidentemente puntuali: la composizione ricorda i mosaici ravennati (San Vitale, Sant' Apollinare in Classe) e si collega ad altri mosaici romani che pure risentono di quelle influenze (Santi Cosma e Damiano, San Teodoro). Dall'insieme delle figure, campite simmetricamente contro il fondo d'oro, in una pressoché totale assenza di spazio, esula oramai ogni intento narrativo, e vi si sostituisce, pur nell'allusione evidente ai Santi qui venerati e alla fondazione della basilica, una astratta presentazione di immagini, ognuna assorta e quasi stupita nello sguardo che si perde lontano. Unico nesso tra le figure, S. Lorenzo che indica - però senza quasi guardarlo - il Papa offerente. Il Cristo «nelle guance emaciate, nelle sopracciglia aggrottate, nei capelli spioventi ha una sfinita tristezza» (Toesca). In tanta ufficialità del mosaico non mancano comunque, anche se poco immediati, ricordi naturalistici in una certa individuazione dei singoli volti, e nella maggiore vivezza e intensità di alcune figure quali S. Ippolito e papa Pelagio. Circa certe diversità di fattura alcuni critici pensano a restauri, altri si orientano piuttosto verso un'opera di artisti diversi, che taluni addirittura propenderebbero a diluire nel tempo dal VI fino al XII secolo.
Quel che sintetizza l'opera è comunque il senso di infinita distanza, altamente aulica, della scena che si svolge nella eterna luce d'oro dell'Empireo. Sul ciglio dell'arco un'iscrizione ricorda il martirio nelle fiamme del Santo levita; splendido, nella bordura del sottarco, il naturalismo dei motivi pur piegati a valore ornamentale: mille colori dan vita alle rose, ai gigli, ai pomi e alle uve del magnifico fregio avvolto da morbidi giri di nastri, in una stupenda freschezza. Motivi nastriformi ricchi di colore, in tutto consimili a certi ornati del Mausoleo di Galla Placidi a Ravenna, adornano lo spessore delle due finestrine.
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Ultimo aggiornamento (Martedì 29 Settembre 2009 16:12)



