GLI AMBONI

In fondo alla navata, nella zona fiancheggiata dai due amboni, o pulpiti per la lettura dell'Epistola e del Vangelo, le lastre pavimentali sono rettangolari anziché tonde, e poiché questa parte della navata era occupata dalla « schola cantorum » si può supporre che il mutamento dall'ornato pavimentale stia ad indicare la parte di esso relativa appunto alla schola.
I due amboni sono indubbiamente tra i più belli conservati a Roma: quello di sinistra, riservato alla lettura dell'Epistola, di una fase cosmatesca primitiva, è assai elegante nella sua semplicità: sopraelevato su di una base di marmo greco e di Carrara, è in marmo bigio con una grande lastra di porfido da un lato, senza tesselle dorate; una scaletta conduce al pulpito nel cui interno un pilastrino sosteneva il reggi-leggio.
Quello che lo fronteggia, di fase più avanzata, adibito al canto del Vangelo, appare davvero splendido per la ricchezza dei consueti ornati e per la festosità cromatica, e sembra quasi far eco al bellissimo pavimento sottostante. Pare che in antico facesse da basamento al pulpito un bel fregio classico proveniente forse da un tempio di Nettuno, e che Benedetto XIV fece portare al Museo Capitolino, nel 1750. Ora esso si innalza su di una base tripartita, di marmo greco e granito bianco e nero di Egitto. Al di sopra una lunga lastra rettangolare incorpora due specchiature quadrate di porfido che fiancheggiano un disco di serpenti no, il tutto incorniciato dalle tesselle musive adattate in grande varietà di motivi; gli stessi materiali ricorrono nei due triangoli, che seguono il ritmo delle scalette interne e fiancheggiano il vero e proprio pulpito sporgente come semi-esagono, in tutto armonizzato nella identità di materiali e di stili, con l'alternarsi, ai colori, di cornici e capitelli classicheggianti, e con l'aquila sopra la preda, bellissimo motivo classico redatto in solida plasticità tutta romanica.
All'interno delle balaustre appaiono ornati a transenna di fattura antica con motivi eucaristici, onde è da supporre che i Vassalletto, o qualche artista di valore della loro cerchia, abbiano qui adoperato preesistenti lastre, probabilmente del IV secolo, forse elementi di recinzione o dell'antica «schola» o della tomba di S. Lorenzo.
Accanto all'ambone, innalzato su due basi rettangolari con anfore e tralci, di cui una ribaltata, probabilmente di spoglio, si slancia, rapido e snello, poggiante su due scattanti leoncini ruggenti, il bellissimo candelabro per il cero pasquale, con la spirale scintillante di mosaico, coronata da un capitello composito. L'opera, coeva all'ambone, è da datare alla seconda metà del Duecento anche per analogia con quello del duomo di Terracina (1245). Quest'opera davvero si impone per il connubio, tipico della grande arte dei Cosmati, tra fantasmagorico sfavillare di colori e suprema compostezza in un equilibrio che è vera interpretazione dell'esigenza di ordine e misura propria della classicità.

Ultimo aggiornamento (Giovedì 01 Ottobre 2009 17:04)